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Beati gli smemorati poichè avranno la meglio anche sui loro errori...
F. Nietzsche


«Come tutti i figli degli uomini, il figlio di Giuseppe e Maria nacque sporco del sangue di sua madre, vischioso delle sue mucosità e soffrendo in silenzio».

J. Saramago


"In tal modo Così Santa, per essere stata troppo virtuosa, causò la morte dell' amantee fece condannare a morte il marito; e, per essere stata compiacente, mantenne in vita il fratello, il figlio e il marito.
Considerato che una donna simile era quanto mai necessaria in una famiglia, la canonizzarono dopo morta per aver tanto beneficato i suoi congiunti mortificando se stessa, e sulla sua tomba scrissero:
UN PICCOLO MALE PER UN GRANDE BENE."

Voltaire

I wish I was a neutron bomb, for once I could go off.
I wish I was a sacrifice but somehow still lived on.
I wish I was a sentimental ornamnet you hung on
The christmas tree, I wish I was the star that went on top,
I wish I was the evidence
I wish I was the grounds for fifty million hands up raised and opened toward the sky.

I wish I was a sailor with someone who waited for me.
I wish I was as fortunate, as fortunate as me.
I wish I was a messenger, and all the news is good.
I wish I was the full moon shining off your camaro's hood.

I wish I was an alien, at home behind the sun,
I wish I was the souvenir you kept your house key on.
I wish I was the pedal break that you depended on.
I wish I was the verb to trust, and never let you down.

I wish I was the radio song, the one that you turned up,
I wish, I wish, I wish, I wish,
I guess it never stops.

Pearl Jam


Amato perchè unico, odiato perchè diverso...

O. Wilde


Who's in a bunker?
Who's in a bunker?
Women and children first
And the children first
And the children
I'll laugh until my head comes off
I'll swallow till I burst
Until I burst
Until I

Who's in a bunker?
Who's in a bunker?
I have seen too much
I haven't seen enough
You haven't seen it
I'll laugh until my head comes off
Women and children first
And children first
And children

Here I'm alive
Everything all of the time
Here I'm alive
Everything all of the time

Ice age coming
Ice age coming
Let me hear both sides
Let me hear both sides
Let me hear both
Ice age coming
Ice age coming
Throw it in the fire
Throw it in the fire
Throw it on the

We're not scaremongering
This is really happening
Happening
We're not scaremongering
This is really happening
Happening
Mobiles skwrking
Mobiles chirping
Take the money run
Take the money run
Take the money

Here I'm alive
Everything all of the time
Here I'm alive
Everything all of the time

Here I'm alive
Everything all of the time
Here I'm alive
Everything all of the time

The first of the children

Radiohead

"L' unica differenza tra me e i pazzi è che io non sono pazzo"

Salvador Dalì





24 giugno 2008
Ebbuonanotte...

F5

La musica era uno di quei lamenti che proseguono, con qualche nota di sollievo, anche dopo il dolore. Se ne stavano sul letto, zitti tra quegli accordi, ed erano stretti in un sudato abbraccio di Luglio, un Barret ancora troppo sobrio per essere geniale assecondava le loro apatie continuando a lamentarsi, fissavano il personal computer di Fede sul quale, con tutta la furia consentita dai pixel, uragani, terremoti e tsunami devastavano in differita New Orleans, Baltimora e Capo Verde. L’audio dei  video era staccato ma la gente urlava ugualmente.
John pensava che dalle parti sue, a Pompei, secoli prima, il Vesuvio aveva seppellito, con un solo sbuffo, tutta la fetta vacanziera della più grande civiltà che la storia abbia mai conosciuto. Sorrise pensando al povero Plinio e pensava che anche oggi, secoli dopo, nulla possiamo contro le ferocie della natura la quale prima o poi si scoccerà di cotanta, nostra, strafottenza. Suggiamo e inquiniamo con sdegno e senza alcun rispetto per la nostra madre prima.
Si girò verso Fede e principiò a parlare.

 

-         E se si spegnesse il sole?

-         La canna è pronta.

 

Fumarono, si stesero, fecero l’amore, sudarono. Le catastrofi continuavano a tagliare vite e loro rifecero l’amore.
Probabilmente non si amavano sul serio ma condividevano tanto.
Tutto quel sesso, quel sudare, quel impattarsi, quel venirle dentro, prelusero a una svogliata cena fatta di hamburger, coca-cola e ghiaccio, tanto ghiaccio.
Quando le pance di John e Fede erano piene giunse il sonno, tornarono a letto ma non si addormentarono: continuarono ad osservare le loro catastrofi, si strinsero, sudarono e lo fecero ancora, e ancora, e ancora.

Quando gli si rivolgono tutti lo chiamano Smith e spesso per una strana forma di rispetto cittadino accostano anche un fugace Mr al suo cognome; quando non è presente invece tutti lo chiamano Johnny, probabilmente per la simpatia che suscita nonostante i suoi incarichi manageriali troppo sobri per la sua faccia e per i suoi capelli svolazzanti.
È strano credere che John voglia bene a Fede dato che a sentir parlare di lei amici e colleghi di Johnny è solo la strafiga che Mr Smith si sbatte. Il culo di Federica è spettacolare, se ne sta su tutto turgido e scattante che solo a guardarlo vien voglia di appoggiarci il cazzo e spaccarglielo con violenza, in fondo siamo solo animali ed è per questo che voi maschietti schiavi della vostra pudicizia d’ordinanza state sorridendo mentre leggete queste righe.
John, con il quale vado molto d’accordo -a proposito tra circa dieci righe io e John abbiamo un appuntamento da Chocolat-, spesso pensa tra se e se: “Perché non sono nato leone?” In effetti gli sarebbe piaciuto staccare la testa con un morso a un bel po’ di stronzi senza porsi problemi dettati da un etica che, in fondo, nessuno rispetta.
Chocolat è una delle gelaterie più apprezzate e chic che la Milano bene suole frequentare. Personalmente credo che il sapore del loro gelato al cioccolato fondente aromatizzato da feroci spruzzate di cannella sia qualcosa di ineguagliabile. Anche il locale è carino, è refrigerato da un’aria condizionata che taglia la cappa con un impeto palpabile, è molto pop art, il beige e il nocciola predominano su tutti gli altri colori rendendo l’ambiente accogliente ma al contempo elegante; insomma Chocolat è un posto gradevole, soprattutto a Luglio e soprattutto a Milano dove lo smog aiuta l’afa ad invadere tutto peggio di un ospite indesiderato.
John Smith mi aspettava lì fuori, non aveva la giacca, potete immaginare perché, indossava una camicia come sempre blu e come sempre cifrata, recava infatti sotto al taschino le solite J.S.; a proposito ma ci avete fatto caso che Johnny ha lo stesso nome dell’esploratore inglese che giunto in America si innamorò della principessa Pocahontas?
Ma io dove sono? Cazzo! Sono passate quindici righe; come sempre sono in ritardo!

Una decina di minuti dopo che Johnny era lì arrivai anche io.

-         Ciao Johnny! Scusami per il ritardo.

-         Figurati, sono dieci anni che arrivi in ritardo, te lo pago lo stesso il gelato sta tranquillo.

-         Oggi tocca a me.

-         Come preferisci tesoruccio, dimmi un po’ come vanno le cose?

-         Molto bene, ho incominciato a scrivere un nuovo romanzo.

-         Ottimo! Come sconvolgerai questa volta i lettori del mondo? Di cosa parlerai? Chi è il poveretto che si sveglierà e berrà il caffè che ha sul comodino dimenticando che la sera prima era venuto in bocca alla sua donna e che questa aveva sputato lo sperma proprio nella tazzina di caffè?

-         Questa volta parlerò di te.

-         Ah si?

Cacciai il mio moleskine dal taschino e ricominciai a parlare pronto ad annotare tutto il necessario per ricamarci su in seguito.

-         Cosa hai fatto ieri caro?

-         Sono stato con Fede, a casa sua, ci siamo fatti una canna, abbiamo guardato gli uragani su youtube, abbiamo fatto l’amore ascoltando i the Piper at the gates of dawn, le solite cose insomma…

 

 




permalink | inviato da Incidente il 24/6/2008 alle 14:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
12 aprile 2008
...

A volte mi ritrovo perplesso a sognare una vita alla Dean Moriarty ma finisco sempre col pensare che potrei essere felice senza viaggiare e che non avrei il coraggio di rinunciare a quello che per caso posseggo; non rinuncerei neanche alle paure che mi sono tenuto nascosto e neanche a quelle che ho incollato su miliardi di fogli bianchi.

Potrei essere felice.
Potrei esserlo qui, alla luce del sole.
Potrei continuare a viaggiare.
Potrei farlo da fermo.




permalink | inviato da Incidente il 12/4/2008 alle 19:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
6 aprile 2008
L. .... .. .....
...é andato
come è andato.
Eccome se è andato!
Ho sognato di morire,
e non mi son svegliato...



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25 marzo 2008
...Run-Run-Run-nuR-nuR-nuR...

INTER(vistando)MI

-Perché quelli come lei continuano a svegliarsi?
-Perché, ovviamente, continuo a vagarci verso.
-Verso cosa?
-Verso l’inconfondibile rumore dell’ alienazione…
-Come è fatto?
-È profumato.
-Ah si? Di cosa?
- Di incenso e di tutte le sigarette fumate di nascosto, anche di quelle accese solo per noia.
-Tutto ciò non la spaventa?
-Ci ho fatto il callo.
-Le piacerebbe cambiare?
-Non immagina quanto lo desidero.
-Cosa desidera di preciso?
-Qualcosa di estremamente simile ad un’inversione a U.
-Perché non ad A?
-Non avrebbe senso.
-Cosa ha senso per lei?
-Nulla!
-Nulla o il nulla?
-Fa lo stesso.
-Dove vuole arrivare?
-Faccia lei.
-Ora come si sente?
-Come un eiaculazione notturna, ma anche come il vespro e…e come la sete.
-La chiudiamo qui?
-Forse è il caso.
-Come lei desidera Sir.




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21 marzo 2008
Ma, poi, forse, perchè, infondo, è così, fondamentalmente, si, ah si?


Questa la voglio proprio dedicare ai dislessici e ai daltonici.
Ai primi perché a volte –leggendo- è meglio sbagliarsi; ai secondi perché a volte -con i colori- è meglio confondersi.

Gli arcobaleni! Non si può ne raggiungerli ne scinderne i colori ne figgerli. Raggiungerli sarebbe bello e scinderne i colori inutile. Figgerli?
Figgerli sarebbe bianco.








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18 marzo 2008
@

Sono pronto.
A scivolare attraverso il tuo culo unto,
a rimpiangere la pioggia,
a rinnegare tutte le nostre ammissioni,
a metterti nei casini e a fotterti,
a fotterti ancora,
e ancora.

E tu, coglione di un padre adottivo, sappi che non comprerò mai più cieli al mercatino dell’usato! E non userò più “finanche” solo perché fa figo.

Una volta giunto all’iperuranio mi scoperò solo gli angeli con le tette più grosse.

Perché?
Perché sono un incidente.

Non mi stancherò mai di ripeterlo e non mi stancherò mai di prenderlo in culo.




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16 marzo 2008
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

Nel montana ci sono solo foreste, cervi e una strada perfettamente asfaltata; gli esquimesi usano venticinque parole per dire neve...
Ho cercato l’unica strada che non conosco del mio paese per non sentirmi conosciuto, osservato e vulnerabile; l’ho trovata ed è lì che ho pianto all’ombra della mia canzone triste.
<<Tu fai solo guai!!!>>
<<Tu fai solo guai!!!>>
<<No! Io faccio solo Incidenti!!!>>

 <<E tu?>>
<<Io t’osservo e tu scorgi me dietro le nuvole e tra le stelle…>>.




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20 febbraio 2008
"What does triangle mean?" PARTE PRIMA (JULES) Capitolo 6 (Tenerezze)

Vi ripeto che non è assolutamente nelle mie intenzioni, date le mie scarse capacità narrative, tediarvi narrandovi la trama di questo film, piuttosto dato che mi ha segnato vorrei che voi vivesse il film, così come l’ ho vissuto io, per quanto è possibile farlo, dato che non potrete mai vederlo. Vi rammento anche che “What does triangle mean?” non è stato mai girato.

Prima di trovarsi con una pistola in mano, Jules nel corso del film muterà tanto.
La trasformazione di Jules in un J.V. che conosce l’ amore non lo porterà ad essere un uomo migliore. Sarà migliore del manager squallido e avido di denaro e figa, ma basta poco per questo.
Io sono una persona fondamentalmente stupida e sensibile, mi lasciai trascinare, e quel film mi stava uccidendo, mi stava affogando con le mie stesse mani, con le mie stesse lacrime.
Cosa può aver portato Jules a cambiare e di conseguenza a soffrire?
Il capire l’amore…Per quanto lo si possa capire ovviamente.
Come ha fatto un venture capitalist anaffettivo come J.V. a conoscere l’ amore?
Le effusioni di Lionel e Fede, le telefonate di sua madre, le pacche sulla spalla di un vecchio imprenditore soddisfatto per l’ennesimo colpo, i sorrisi di un nipotino; queste futili, apparentemente frivole, tenerezze consuetudinarie lo portarono a scoprire Mr Amore.

Ad un certo punto del film Jules è sorpreso da Lionel a sniffare, e poi da sua madre durante il quotidiano impasticcamento.
Lionel e la madre cercarono di stargli vicino, ma Jules fuggì da loro e dai loro consigli. Avvertì la loro apprensione, la loro preoccupazione, il loro amore. Li allontanò. Al contrario sempre più puttane e sempre più coca si avvicinarono a lui.
E tutto ciò non giovò ad altri che alla sua crescente, sadica, disperazione.
Tuttavia è un altro il motivo che lo spinse ad impugnare una pistola, è un’altra la scintilla che lo condurrà al baratro.



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18 febbraio 2008
"What does triangle mean?" PARTE PRIMA (JULES) Capitolo 5 (Miss Cocaina)

A migliaia, come in coro, i granelli di sabbia che formano il deserto aiutano il beduino morente a convincersi che presto arriverà ad un’oasi. Una volta giunto all’ oasi, verdi palme lo difenderanno dal sole, e trasparente acqua lo disseterà. Una distesa di polvere dorata può far credere ad un uomo, quasi ucciso dalla fame, dalla sete e dall’arsura, di poter vivere.
Un'altra distesa di polvere invece illudeva jules. Una distesa di polvere, sempre più estesa e presente sul tavolino nero del suo salotto, una distesa di polvere bianca, quel tipo di polvere che sembra renderti invincibile.
Questa era l’amica di Jules, il suo nome mi sembra fosse: Cocaina.
Jules era palesemente consapevole di quanto potesse diventare morboso, nelle condizioni psichiche da vincente/bugiardo che gli erano proprie, il rapporto con la sua polverina. Il nostro J.V. è patentato in strafottenza oltre che in falsa alessitimia.

Poche scene dopo la prima striscia, Miss Cocaina invitò a partecipare alla festa che si teneva nel salotto di Jules alcune sue conoscenze: Lady Codeina, Frate Metadone, Donna Eroina, Mr Hashish e Don Diazepam.



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18 febbraio 2008
"What does triangle mean?" PARTE PRIMA (JULES) Capitolo 4 (Gli amici, le amichette e l' amica)

Nonostante le evidenti crepe socio-patologiche che inquinano il suo privato Jules è circondato da tante persone; amici, amiche, colleghi, una mamma, ovviamente anche Jules ha una mamma. La madre è fiera di lui, talvolta è in pensiero da quando il figlio per studiare ha abbandonato il nido, ma tutte le mamme lo sono.

Lionel il belloccio che sorseggiava mojito con Jules come accennato è il suo migliore amico.
Lionel è ricco, come Jules, ha successo con le donne, come Jules, è bello, come Jules, è giovane, come Jules. Al contrario di Jules, Lionel conosce l’amore e ne è innamorato. Il nostro protagonista da buon amico che è gli ne fa quasi una pecca; Jules vede l’amore come una debolezza, come una malattia.
Lionel ha una ragazza che si chiama Federica, bella come lui, ricca come lui, innamorata come lui. Il loro è un amore dolce, pacato e probabilmente di quelli che, oramai sono merce rara, durano per sempre.
Scusate il taglio quasi telegrafico di questo capitolo, ma davvero faccio fatica a costruire con le parole le debolezze inconsapevoli di un Jules che a questo punto della narrazione mi assomiglia sempre di più.
Lionel e Jules tra loro, si conoscono sin da piccoli, si chiamano utilizzando vezzeggiativi e sigle; ad esempio nel film Jules viene più volte chiamato J.V. sigla composta dalle iniziali del suo nome, Jules Viniard, ma anche quelle di tutte le Joint Venture che nella sua breve ma fortunata carriera Jules ha contrattato con successo.
J.V. crede che non conoscerà mai l’amore e dimostra ciò trattando brutalmente le donne che frequenta, o meglio le donne che si scopa. Donne che lui ritiene banali, arriviste del cazzo, troietta. Tuttavia nel corso della proiezione ho sorpreso più volte Jules ad avvertire sorpreso e spaventato qualcosa di magico in certi rapporti, apparentemente inspiegabili secondo la sua logica, come in quello di Lionel e Federica spesso colti in atteggiamenti da fidanzatini.
Per farvela breve, J.V. avverte la magia dell’amore, ma non la vive, non vi si abbandona, probabilmente solo perché non saprebbe farlo. Jules, nel profondo del cuore che non avrebbe mai voluto possedere, sa di cosa parlo, ma come persevera a fare con Lionel e con se stesso, non ammetterà mai che l’ amore esiste.
Jules mente a se stesso ed ha un’amica che lo aiuta a non sentirsi bugiardo; ovviamente non sto parlando di un’amica in carne ed ossa come tutte quelle “amichette” che più volte comparvero nel film in bollenti scene di sesso, allo scopo unico –pensai- di farmi arrapare.



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18 febbraio 2008
"What does triangle mean?" PARTE PRIMA (JULES) Capitolo 3 (Come noi)

Perché parlare di Jules? Perché enunciare quello che gli vidi fare su quello schermo? Mi pongo queste domande solo perché in fondo Jules non è altro che qualche metro di poliestere, eppure mi ci sento ineluttabilmente legato, sento che durante la proiezione ero l’unico capirlo davvero, più dei suoi comprimari, provando ribrezzo per lui e per me. In effetti ci divideva solo lo schermo, i suoi occhi erano i miei.

Cercherò ora di ricordare qualcosa in più sul nostro protagonista. Da dove comincio?
Jules non conduce una vita poi così straordinaria, Jules è come noi, fa tutte le cose che facciamo noi. Ecco la sua giornata tipo, così come il film me l’ ha presentata.
Ogni mattino, esclusi i festivi ed i Sabati, Jules si sveglia ( in un comodissimo letto e con vicino bellissime donne).
Va a lavoro ( un posto fisso che gli permette di vivere nel lusso).
Pranza ( nei migliori ristornati di Roma).
Fa sport ( tennis in un prestigioso club della capitale).
Viaggia in automobile ( un’aston martin db9).
Ama andare a ballare ( nelle disco più glam).
Si veste ( alta sartoria al lavoro, grandi firme quando è in giro).
Jules fa tutte le cose che facciamo noi ( un po’ meglio forse).

Jules non si è mai innamorato.
Jules lascia le donne con un sms.
Jules fa sesso solo per sentirne l’odore e i rumori, perché non riesce a percepire altro.
Jules una volta disse ad una ragazza “sei solo un buco con attorno una donna”.



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17 febbraio 2008
"What does triangle mean?" PARTE PRIMA (JULES) Capitolo 2 (Avanti il primo)

Enorme sullo schermo la bocca di una pistola.
Le immagini, per una attimo fisse, cominciarono lentamente a seguire la canna della pistola, poi il tamburo, poi il cane, poi l’impugnatura, poi una mano dalla pelle ruvida e curata, la mano dell’uomo che impugnava la pistola, poi il braccio coperto da una camicia di cotone, bianca a righe verdi. Le immagini non si fermavano, inarrestabili proseguirono fino alla spalla. Una volta raggiunto il volto si fermarono su di esso. Era il viso di un uomo segnato, con gli occhi neri, di quelli che hanno sofferto inspiegabilmente ma senza mai lacrimare.
Guardare quegli occhi neri fu come guardarmi allo specchio, non che io abbia gli occhi neri, ma a dirla tutta quel film avrei potuto vederlo a casa fissando il mio volto infrangersi in un qualunque specchio, magari in quello del cesso.
Le immagini non si staccarono da quel volto, era come se la telecamera, presa da una follia sadica, non si stancasse di vederlo soffrire; poi una lenta dissolvenza portò quel volto in un nuovo contesto, lontano dalla pistola, lontano almeno due mesi.
Questo giovane era seduto al tavolo di un bar, per l’happy hour, era con un amico. Il ragazzo, il cui nome è Jules, non ha più di trenta anni, all’incirca ventisette, sorseggiava mojito, quando la sua voce fuori campo intervenne.
“Sin da ragazzino, la mia vita è andata alla grande.
All’ asilo già avevo la fidanzatina, alle medie più di una, al liceo scopavo più di una pornostar.
Oggi sono un giovane, ma già affermato e ricco, manager e broker over the counter; ho soldi da far schifo. L’ unica cosa che ho più dei soldi sono le belle donne, mi basta schioccare le dita ed ecco una troietta pronta a farmi un pompino.
Solo ora mi sono accorto che in realtà non ho un cazzo.
Sono uno sfigato. Sono la mia Aston Martin db9. Sono la mia giacca di Gucci e le mie Prada nuove a fare di me qualcuno; ma questo ovviamente vale per le persone superficiali di cui mi circondo.
Tuttavia tutto ciò ancora non lo ho scoperto, e quindi, eccomi qua in questo bar a sorseggiare monito. Eccomi qua all’apice del mio squallore.”

Parole taglienti e abbastanza familiari. Jules continuava a sorseggiare il suo super alcolico, quando iniziò a dialogare con il ragazzo che sedeva con lui. Era il suo amico Lionel. Parlavano di donne e Lionel si informava sui rapporti affettivi di Jules, se affettivi si potevano chiamare i rapporti di quel manager con l’altro sesso.
Non ricordo, ovviamente, tutte le battute del film, e soprattutto non ne ricordo tutte le scene, vi narrerò tutto quello di cui ho memoria, e la storia in generale. A proposito il film è ambientato a Roma.
Non sono certo di quello che Jules e Lionel si dissero in quella scena, ma la situazione era all’incirca questa. Jules informò il suo amico che stava per lasciare una ragazza con cui era uscito alcune volte, ma che l’ avrebbe fatto senza alzarsi dalla sedia su cui era seduto, l’ avrebbe fatto con un sms. Lionel rimproverò Jules per il suo comportamento infantile, Jules gli chiarificò prontamente le motivazioni del suo gesto usufruendo di un’argomentazione quantomeno singolare: ” Lionel caro, se mai dovessi trovarti a dover uccidere uomo, se lo farai a mani nude, ci vorrà del tempo, con le mani alla sua gola lo guarderai negli occhi e i suoi occhi e la tua mente ti imploreranno di fermarti. Il tempo che impiegherai ti insegnerà che l’azione che stai compiendo è crudele, sbagliata e così non avrai la forza e il coraggio utili a proseguire. Se invece ti trovassi a commettere il tuo ipotetico omicidio con una pistola, basterà un click, basterà premere il grilletto. Bang! È il proiettile a fare il gioco sporco per te. Scaricare una ragazza è come uccidere un uomo. Se decidi di parlarle a tu per tu con lei, te la troverai davanti e le leggerai in faccia disperazione o perlomeno disappunto, lei ti chiederà: “perché?” Ti sarà difficile risponderle. Inviare un sms è come premere il grilletto di una pistola. Il tuo cellulare è la tua pistola.”

Jules inviò il suo sms e lo schermo per un attimo si oscurò.






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17 febbraio 2008
"What does triangle mean?" PARTE PRIMA (JULES) Capitolo 1 (Nessuna musica a commentare)

Come mi è capitato spesso, anche quella volta, il mio cinema prediletto, ci ho passato l' infanzia sulle sue poltrone rosse, era vuoto ed io ero l’unico spettatore pagante. Questa volta però mi sentii stranamente a disagio nel far proiettare quel film solo per me, ma il disagio che provai non era nemmeno accostabile per entità a quello che avrei provato guardandolo. Quel film fu per me come una sassata, un pugno nello stomaco, una coltellata.
Avevo il presentimento che quel film mi avrebbe fatto del male, e tale presagio era così forte da farmi desiderare che le pubblicità dei film in prossimità d’uscita non finissero mai, speravo che quel film non iniziasse mai. Sarei potuto scappare da quel cinema, direte voi, sarei potuto tornare a casa, ma come sapete i bambini giocano con il fuoco finche non si scottano.
Ma io non sono un bambino. Non più.

Finirono i promo e la proiezione ebbe inizio.
Schermo bianco.
Titolo nero.
“What does triangle mean?”
Nessuna musica a commentare.
Solo tre colpi di grancassa.



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17 febbraio 2008
"What does triangle mean?" Intro (Non ve ne è traccia)

Un pomeriggio andai a cinema a vedere un film il cui titolo è “What does triangle mean?”.
Un titolo buffo almeno quanto il fatto che questo film ancora non è stato girato, non esiste, sul mercato non ve ne è traccia. Sembra assurdo, ma è così. Sconvolto dalla visione di questa pellicola cercai curioso informazioni su di essa, sul cast, sul regista, sugli sceneggiatori e su chiunque altro convenzionalmente partecipa alla produzione di un film; utilizzai il web, le riviste di cinema che da buon appassionato colleziono e leggo, ma le mie ricerche si sono dimostrate il classico buco nell’ acqua. Ricordo ancora la faccia del proprietario del cinema nel quale sono solito recarmi, quando gli giuravo di aver visto questo film nella sua sala, credeva che la mia fosse una stupida burla o che fossi impazzito, del resto ero l' unico presente a quella proiezione fantasma, ma vi giuro non è così, continuerò ad assicuravi fino alla fine dei miei giorni che l’ ho visto sul serio e che vederlo mi ha segnato, ha fatto di me un uomo nuovo.
“What does triangle mean?” non esiste, sembra incredibile, ma non è mai stato girato, eppure io lo ricordo bene, sono sicuro di averlo visto. Probabilmente voi non potrete mai vederlo ed è per questo che ho deciso di raccontarvelo. Ho deciso di raccontarvi di come l’ ho vissuto.



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4 febbraio 2008
Gli ultimi attimi del mio disorganizzato Truman Show

Non è il millenovecentosettantanove né il duemilaotto.
Non sto ascoltando né i Radiohead né Roberto; non sono quindi in compagnia né dei miei fratelli adottivi né in quella del mio padre putativo.
Ho spento i riflettori dopo ventidue lunghi anni, il mio Truman Show ha poco senso ora che la mia vita appare così disadorna di emozioni e di speme.
Poche ore fa parlavo con i fidi Milo e Toni di quanto l’istruzione italiana reprime lo spirito critico dei suoi allievi affidandoli alle parole del Croce e del De Sanctis piuttosto che ai versi del Montale. Sono il più colto dei tre e quindi ero il più loquace, solo il dirottare la discussione sulla finitezza della natura umana e su quei ventuno grammi che (in fondo) sono solo atomi mi rabbrividì e mi zittì.  Oltre che triste, tapino e stanco sono sporco, di sudore e di sesso. Ma non mi importa -eppure io sono stato sempre così attento a presentarmi, a piacervi, a farmi osannare- così conciato in un’altra occasione sarei corso a lavarmi, a grattare via dalla mia pelle macchie, sudore, incoerenze e peccati, invece eccomi qui a scrivere di quelli che spero siano i miei ultimi minuti. Non fraintendetemi; questa non è la solita ultima lettera di un disperato suicida come tanti.
Forse adesso dovrei spegnere la luce.
Si sta facendo troppo tardi e spero che abbiate capito tutti che tra i sette il mio peccato è la superbia; questo giusto perché adesso per la prima volta la metterò da parte –la superbia- e cesserò di parlare di me.
Adesso spegnerò la luce. Si è davvero fatta ora di farlo.
Seguiterò a sdraiarmi su questo asfalto poi galleggerò nel buio che non potrà ingoiarmi –almeno per il momento- perché accenderò una sigaretta. Giunto al filtro la spegnerò con uno sputo e toltami questa dannata soddisfazione chiuderò gli occhi.
Penserò a chi arrizzerebbe il cazzo anche a un santo, a chi mi ha fatto sorridere, a chi non mi ha regalato nulla, a chi mi ha donato tutto, ai miei amici, al mio letto sempre disfatto, ai mie jeans sempre strappati.
Infine cancellerò tutti i miei ricordi; aiutato dal buio edificherò il nulla attorno a me e nella mia mente. Questa vita sarà (finalmente) finita.
Reset.




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28 gennaio 2008
...

È fin troppo facile essere osannati scrivendo di rabbia, di amore e di sesso. È fin troppo facile costruire frasi taglienti che ben interpretano questi stati selvaggi; tratteggiare la speranza che le cose cambino con l’amore e decidendo che il sesso, mero gioco delle carni, incarni la violenza delle nostre terre.
Apprendo invece che è sempre più complesso esplorare quei momenti di sconforto nei quali non disdegneresti un assaggino di Prozac; in primo luogo perché tutti ne vogliono parlare, cani e porci si accingono a farlo e cani e porci lo fanno, in secondo luogo perché faccio parte dei cani e anche dei porci, vorrei evaderne ma ne faccio parte.
Cosa vorrei fare adesso?
1)      Salire sul tetto del mio palazzo.
2)      Scrutare il suolo lontano decine di metri.
3)      Lasciarmi precipitare rovinosamente verso l’asfalto e verso la morte.
4)      Stagliare le mie ali a pochi centimetri dal suolo e urlare sorridendo “Ho guadagnato la vita che voglio, cazzo, me la sono guadagnata”.
5)      Volare verso un luogo nuovo, verso un Dio diverso.
6)   Arruolarmi nel SinnFèin e combattere i miei fantasmi.




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25 gennaio 2008
Così triste, come quei tre, da sfidarlo...

Arrivo in cima sempre troppo presto ed esausto, sul gradino più alto, mi accendo una sigaretta.
È li che principio a pensare.
A me che ho fallito.
A te che mi vuoi bene, ma non mi comprendi mai.
A te che mi hai donato solo il tuo meschino, indesiderato, sporco, seme.
A te che sei un regalo che non ho scartato, una scommessa che perso, una promessa che non ho mantenuto.

 

 

 

P.S. Questo è solo un vile avvertimento, non conta un cazzo.




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16 gennaio 2008
Maestro...
Vorrei...
Ti ricordi quei giorni...
Bene...



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8 gennaio 2008
Non pensavo di scriverlo ancora, non dovevo scriverlo ancora...

Mia amata,
Non ti dimenticherò mai e non dimenticherò mai la prima volta che ci siamo incontrati; eri riflessa dietro di me sul vetro di un treno che correva per i miei sogni, quasi per caso il mio occhio stanco ti colse.
Ti ho pensata, ancor prima e ancor dopo averti persa. Ti ho desiderata, ogni qual volta ho visto bruciare una stella o spegnersi una candela.
Tra noi non può esserci nulla, perché non può esistere l’eternità in un battito di ciglia.
Io esisto, forse non vale lo stesso per te.
Sarai mia un domani, quando qualcuna vorrà udire, quel che solo io so pronunciare.
Per ora; vattene a fare in culo…




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7 gennaio 2008
Di rotta verso una lapide...

 

Rinchiuderò la mia vita in una gabbia vitrea ermeticamente serrata; aspettando che soffochi voi potrete guardarla, ma non potrete entrarvi, non più.
Io ne scriverò e la raggiungerò, a Père-Lachaise.





Forse chiedo troppo a me stesso e ancor più mi aspetto dal fato...Ahahahahah..




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4 gennaio 2008
MORTO...

In un deserto troppo caldo anche per i beduini,
in un polo sud troppo freddo anche per i pinguini,
mi hai ucciso.

Il mio sangue macchia ancora quella terra della quale non ricordo il colore.




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2 gennaio 2008
Quarto giorno di viaggio..."Dove sono stato ieri?"

Dove sono stato ieri?
Sono stato con la più vecchia tra le metafore.
Non è stato piacevole, è stato doloroso, davvero doloroso.
Ero lucido come non mai, il resto l’ hanno fatto la presenza di attrito e l’ assenza di vaselina.
Ieri sono stato a prenderlo in culo.




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31 dicembre 2007
Terzo giorno di viaggio. "Io, il Frat e mia mamma..."

Mr Frat fondamentalmente è un mio simile e vaghiamo insieme alla ricerca di piazze sempre nuove. Le orecchie del Frat però si sono addolcite, lasciano penetrare anche i suoni più sciapi; le mie invece non vogliono sentire nulla che le invada senza graffiarle. Del resto le orecchie in questione sono le mie e io se non soffro mi sento morto, forse è per questo che il Frat ha trovato una donna e io invece ne trovo tante quante ne scarto.
A proposito di scartare…Adesso giocherei volentieri a carte con il mio caro angelo Triste capace di fare la poesia dei disperati, ma se questa partita fosse possibile sarei anche andato a un suo concerto. La mano intanto continua a sanguinarmi, bastardo di un fratello, e quasi temo che stiano apparendo le stigmate sui miei palmi. Oggi mi sento come Stefano il protomartire che dall’alto dei cieli, in compagnia di mille angeli che gli cantano gli allelujah, guarda Babbo Natale che su canale cinque sponsorizza la CocaCola.
Come spesso capita io e il Frat ieri eravamo in viaggio verso Dio solo sa dove, fumavamo uno spinello e ascoltavamo la vecchia musica, gli raccontavo di me; lui spingeva il piede sull’ acceleratore, sorrideva di me e rideva della mia storia. Racconto sempre le mie storie come se fossero barzellette nel privato, invece, le vivo come fossero dei drammi, il Frat lo sa ma mi asseconda, mi lascia fare.
Giungemmo in una piazza finora sconosciuta e ci imbattemmo, sulle gradinate di una chiesa, in un barbone stanco, gli offrimmo un sorso di birra invece degli spiccioli che ci aveva chiesto e poi tornammo in macchina, riprendemmo il nostro viaggio.
 Stanchi della musica, delle chiacchiere e della strada accostammo e prendemmo sonno; l’ indomani fui destato da una frenata brusca, eravamo di nuovo in viaggio. Poche ore dopo ero a casa. Ed ora eccomi qui a scrivere di non so cosa, della mano che mi sanguina, di come mi sento, di quello che sono, di quello che è il Frat, della musica che sento e di quella che sentivo, delle mie donne, forse di mia mamma.
Mia mamma come tutte le mamme del mondo è una santa donna e come tutte le sante donne che si rispettino è bellissima, austera, elegante. Sa poco di me e questo è un bene. Mi ha sempre affascinato un suo capotto color prugna col collo di volpe grigia; se un giorno potrò solo ricordarla la ricorderò con quel cappotto.




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30 dicembre 2007
Secondo giorno di viaggio. "Secondo me..."
Dopo un bacio mancato, vorrei essere -dei due- quello che non si volta.
Invece sono io; io e basta.




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23 dicembre 2007
Turisti...

Siamo tutti turisti-sempre e comunque-e qui c' è tanto da vedere.
Io sono un turista molto fortunato perchè ho sempre con me una penna, che mi aiuta a ricordare tutto: le chiese, la violenza, i fiori, i musei, le pasticcerie.
Adoro ricordarmi delle pasticcerie. Sono sempre così allegri i pasticcieri! Del resto i sorrisi non sono null' altro che dolci...
Io sono un turista che non si inginocchia mai per scattare le sue foto, io mi inchino solo di fronte alle emozioni; a quelle emozioni così forti da creparmi le gambe.
E vivo solo il mio adesso perchè il futuro ce l' ho in mano solo quando piscio. (Forse)




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8 dicembre 2007
Lettera...

Egregio governatore del paese delle favole,
questa missiva non vuole essere assolutamente offensiva nei suoi confronti ne si prefigge di rimproverarla, ha solo lo scopo di illustrarle alcune problematiche sorte a noi personaggi di questa favola chiamata “vita”.
Prima di tutto volevamo informarla del fatto che seguendo le indicazioni forniteci dalla favola di Peter Pan siamo riusciti a raggiungere l’ isola che non c’ è, tuttavia una volta giunti a destinazione siamo rimasti profondamente delusi da questa località; già il fatto che siamo riusciti ad arrivarci è di per se deludente, tale isola non dovrebbe esistere, lo dice il nome stesso, e invece seconda stella a destra e poi dritti fino al mattino ed eccola spuntare all’ orizzonte.
Gradiremmo invece passare qualche deliziosa ora nel paese dei balocchi, che fino a prova contraria dovrebbe esistere, ma non troviamo la strada su nessuna mappa. Come dobbiamo fare?
Infine ci teniamo a dirle che ci siamo rotti i coglioni delle streghe e dei maghi che puntuali imperversano per la nostra strada; qualche cazzo di principe azzurro o di bella addormentata con cui convolare a nozze ce lo fa trovare prima o poi? O per noi la regola del “ e vissero felici e contenti” non vale?
La ringrazio anticipatamente per l’ attenzione prestataci.
Cordiali saluti.




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7 dicembre 2007
Napoli...

Incantevole e disarmante Napoli è metafora perfetta di questo pazzo mondo.
Non domandatemi perché, fidatevi, è come dico io.
Inoltre –in fondo- è ancora la mia città e io sono ancora troppo maledetto per essere anche bello.




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4 dicembre 2007
Non so...

Non so…

 

 

Non so quanti anni ho davvero e non so quanti ne compirò ancora.
Nuotando di notte ci penso.
Penso ai pascoli che si fondono con le nuvole.
Penso agli alla casualità, agli incantesimi, agli incidenti.
Penso alla ragazza che non mi avrà mai e a quella che non sarà mai mia.
Penso alle scopate e ai baci delle mamme.
Non so se tutto ciò ha un senso e non so se l’ho io.
Mi arrampico sulle pareti, sugli specchi, sui miei cumuli di sogni.
Ho paura; chiudo gli occhi. Ne ho più di prima; li riapro. Nulla muta in un battito di ciglia.
Salgo su un treno e osservo, dal finestrino, il passato allontanarsi, farsi piccolo, svanire.
Faccio a cazzotti con gli stronzi, con i fessi e con le mie idee.
Non ho più idee.
Non so fantasticare come facevo un tempo, non posso sognare e non voglio più sperare.
Il mio medico mi ha prescritto un po’ di riposo e una bella dose quotidiana di prozac.
Non ho voglia di parlare. Il mio medico mi ha prescritto il tantum verde.
Mi sono scopato la moglie del mio medico e lui non l’ ha presa bene; mi ha somministrato un ingente dose di acciaio inox dritta nel cuore. Sono morto.
Ma diciamoci la verità.
Il mio medico non esiste e io non sono malato.




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18 novembre 2007
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Stasera anche una tastiera ha più senso di me; lascio parlare lei...


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1 novembre 2007
Stanotte...

Stanotte ho sognato dei luoghi.
Luoghi dove ho passato lunghe ore vuote e che, tuttavia, sono saturi di qualche significato segreto.
Da essi parte un segnale che cerca di svelarmi qualcosa.
Il fatto stesso che abbia sognato tali posti è di per se vaticinatore, ma non riesco a decifrare il messaggio che mi è destinato.
Forse, enumerandoli, riuscirò a sapere ciò che vogliono dirmi.
Era scritto che questo dovesse accadermi.
A me e nessun altro.
Ci sono cose che non apprenderò mai.
La loro presenza accumulata, nel corso della vita è ciò che i fessi chiamano destino.
Magra consolazione.




Su gentile concessione da parte del signor Barney...




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